Questo lungo brano (lungo per gli standard di questo bleurg, s'intende) nasce originariamente per essere pubblicato su Le distorte conseguenze della saggezza, dove è apparso separato in quattro parti. La base della storia è quella del bellissimo mito greco di Orfeo ed Euridice, che ho voluto provare a riproporre in un qualche modo (un qualsiasi modo). Non sono soddisfattissimo di quello che è uscito, ma ho preso la cosa molto più alla buona di come avrei dovuto, e date le premesse poteva uscire un risultato persino peggiore.
Come di consueto ripubblico il mio materiale anche di qua, ma stavolta fuso in un unico sfiancante grumo pseudoletterario (ma comunque con le quattro parti chiaramente marcate). Se vi piace (ah, villici) fate un salto su ldcds, che ci sono Slonna e il Kire che loro scrivono mica male.
Buon divertimento.
La genesi di un recupero [i]
Per quanto si potesse far viaggiare lo sguardo dal battiscopa al soffitto e attorno alle pareti, la stanza appariva grigia e ruvida quanto un rifugio partigiano. E umida quanto una trincea in un giorno di pioggia. Essenziali i mobili, poche le suppellettili; nudi e scabri i muri, che avevano visto il loro ultimo imbianchino in tempi dimenticati ed erano lievemente ammuffiti e percorsi da rade ma inquietanti tracce di sgocciolamenti, segni verticali di gocce che erano penetrate in giorni di forte pioggia ed avevano passeggiato indisturbate verso il pavimento in cerca di un bel posto asciutto dove morire. Era l’ultimo piano, sopra di lui solo il tetto. Poteva supporre fosse fatto di carta velina, e per quel che vedeva poteva pure essere vero.
Non c’era bagno. I servizi stavano fuori, in fondo al gelido corridoio sul quale la stanza si affacciava e dal quale era separato da una porta che, soprannaturalmente in quella trascuratezza, era il solo oggetto in sorprendente buona salute. La porta avrebbe ragionevolmente difeso ogni cosa contenuta nel locale. I muri davano meno affidamento.
Un albergo poco ospitale, senza dubbio. Ma era così che voleva.
Lui, sdraiato supino sul letto, completamente vestito -solo le scarpe giacevano accanto sul pavimento- fissava il grigio soffitto sopra di sè, gomiti in fuori e mani sotto la testa: la più classica delle fisionomie, per un uomo pensieroso sdraiato sulla schiena. Era lì già da qualche ora, e c’era tutta l’apparenza che qualcun’altra ne sarebbe trascorsa prima che qualcosa mutasse nella sua posizione. Finora solo l’irregolare battito delle palpebre e il costante lavoro del diaframma indicavano presenza di vita nel suo corpo.
Passò qualche tempo, ma non poi troppo, prima che lui girasse la testa verso sinistra: la prima iniziativa che avesse preso da quando si era gettato sul letto. A sinistra stava la finestra, da cui un chiarore da cielo lattescente penetrava a rischiarare quell’atmosfera beckettiana.
Dopo un respiro più forte si alzò. Il tempo del pensiero era finito e si mutava in quello dell’azione.
Si disinteressò delle scarpe, che peraltro stavano dall’altro lato del letto, e con severo sprezzo dell’incolumità dei propri piedi camminò sulle nude mattonelle fino alla finestra. La spalancò sul giorno nascente. La posizione era sopraelevata e la vista inaspettatamente dolce, in contrasto col luogo dal quale si affacciava: un vasto cortile pubblico, seguito da un fiume, seguito da una periferia qualunque di edifici rozzi e poveri ma a loro modo dignitosi.
Dopo aver guardato il panorama per qualche minuto, senza peraltro vederlo, abbassò gli occhi sul piazzale sterrato che si stendeva diversi metri più sotto. Il tempo del pensiero era finito, lo sapeva già. Abbassò le mani sul davanzale e scavalcò.
Pochi secondi, e fu dall’altra parte.
Mobilitat mortis [ii]
Le scarpe erano rimaste in albergo, e ok. Così la strada la doveva fare tutta a diretto contatto col suolo, perchè si trattava di camminare -e anche tanto-, piante a terra e niente lamenti. Scoprì che la cosa era sorprendentemente facile. Le pietre squadrate su cui procedeva sin dall’inizio non erano il massimo della comodità, per i piedi, ma ancora non sentiva dolori o fastidi. Forse che essere morti facilitava le cose? Poteva solo supporlo.
Era sceso per una scala a chiocciola dai larghi gradini in pietra e dall’ampissimo raggio, nell’oscurità quasi completa, senza sapere come si fosse ritrovato lì. La scala saliva e scendeva nel buio. Prese per il basso e scese parecchio prima di toccare infine il suolo. Fu sorpreso di vedere che la scala aveva termine ma, si dise poi, doveva pur essere così.
Ancora nero tutto intorno e pietroni come terreno. Intuiva attorno a sè la vastità dello spazio, sebbene invisibile, ma con la strana sensazione di non trovarsi all’aperto. Un luogo chiuso con le pareti a giorni di distanza fra loro. Possibile?
E perchè mai avrebbe dovuto essere impossibile?
La marcia riprese, anche se non sapeva proprio da che parte dovesse andare. Semplicemente si allontanò dalla scala prendendo una direzione qualsiasi, per quello che gli parve qualche giorno di ininterrotto cammino su quella superficie piatta e tutta uguale, nell’oscurità quasi totale. Fu senza preavviso che ad un tratto la terra gli mancò sotto i piedi: al buio non aveva potuto vedere che il terreno finiva, e cadde in quella che aveva tutta l’apparenza di essere acqua, con un capitombolo da commedia del muto.
Si riarrampicò imprecando sull’asciutto – c’era un dislivello di trenta centimetri – e si distese. Non poteva vedere quasi nulla, ma lo specchio d’acqua non era un ostacolo da affrontare alla leggera, lo sapeva. Come sapeva che per ora non poteva più fare nulla.
Era di nuovo impotente, intrappolato nei meandri dell’attesa. Restò sdraiato e zuppo, senza muoversi. Se non altro, non sentiva freddo.
L’attesa si protrasse per parecchio, ma lui aveva già da un bel po’ rinunciato a farsi un’idea di come scorresse il tempo da quelle parti: senza riferimenti esterni doveva basarsi sulle sue sensazioni, che di certo erano completamente inattendibili. Era ancora sdraiato ma si era ormai asciugato, e cercava di cogliere qualche indizio di vita nel vuoto che lo circondava. Ne sarebbe ben dovuto arrivare uno, prima o poi. E infatti arrivò. Si rialzò a mezzo e fissò il nero davanti a sè.
Era un rumore vago e acquoso: qualcosa che si muoveva nel bacino di fronte a lui. Aspettò, e sentì il suono crescere. Ancora un po’, e un bagliore spezzò debolmente l’oscurità. E quando rumore e luce furono vicini potè finalmente vedere una zattera, una lanterna, un remo e, soprattutto, il proprietario di queste tre cose. Vecchio, pareva vecchio: e aveva ben ragione di esserlo. Era grigio, smunto, pallido, estremamente trascurato nell’aspetto. Ma gli occhi erano curiosi e vitali, e le mani manovravano il remo e la barca senza sforzo.
Il vecchio lo guardava con una certa tranquillità. Lui era ancora semisdraiato, e stentava a decidersi ad alzarsi. In quel teatro crudelmente insensato le due surreali creature restarono a fissarsi per un po’.
Αχέρων [iii]
La zattera procedeva senza fretta particolare, al ritmo delle tranquille remate del traghettatore. Lui si era seduto alle sue spalle, senza una parola, quando -ancora sulla riva- il vecchio aveva girato la misera imbarcazione. Nell’anziano non pareva ci fosse la minima curiosità verso il suo passeggero, che dal canto suo aspettò il momento in cui il rematore avrebbe detto qualcosa. Il momento non venne e anzi sembrava non dover mai venire. Per cui.
- Quanto è largo questo lago?
La risposta venne da una voce sorprendente. Sorprendentemente normale: – E’ un fiume.
- Un fiume? – Era davvero sorpreso – E’ vastissimo.
- E’ quanto basta.
Non era granchè come interlocutore, certamente. Lui aspettò invano che la discussione continuasse, ma l’accompagnatore rimaneva taciturno e si sentì costretto a riprendere l’iniziativa. Quel silenzio lo sfiancava, e ne aveva avuto anche troppo ultimamente.
- Mi sarei aspettato di vedere più movimento.
- E perchè mai?
- Beh, muore tanta gente…
- E tanta gente vive. Ma lo stesso il vostro mondo è in gran parte deserto.
La logica gli pareva fallace, ma non fece in tempo a protestare, perchè stavolta fu il vecchio a riprendere.
- Come ti chiami?
Fu preso alla sprovvista. Gli disse il proprio nome.
- E perchè sei qui?
Non sapeva se rispondergli. Non trovava una sincera curiosità nel tono di voce, che restava completamente neutro. Per di più parlava alle spalle del traghettatore e non poteva scrutarne il viso per farsi un’idea dei suoi pensieri. Qualora ve ne fossero, ovviamente. Giocò la carta della verità.
- Io… Conoscete la storia di Orfeo ed Euridice?
Ci fu silenzio per alcuni secondi.
- No.
- E’ una vecchia leggenda di amore e morte.
- La posso immaginare. Oppure non posso. O magari non voglio. Lascia stare. Tutte le storie sono uguali.
Rimase piccato, nonostante un certo sollievo. – Siete diverso da come mi aspettavo, sapete?
- Sapevi di me?
- Siete molto noto. Un vecchio italiano vi incontrò e scrisse di voi.
- So di chi parlate. Che disse di me?
Quando sentì la risposta l’anziano abbandonò per la prima volta il proprio distacco e scoppiò in una rauca risata. Si fermò per mormorare: – Caron dimonio dagli occhi di bragia… lo sapevo che ne aveva di fantasia. – e riprese a ridere.
Il suo ospite ne fu sollevato. Aveva temuto di offenderlo. La risata dello psicopompo lo aveva rincuorato, e pose una domanda che lo tormentava dall’inizio del viaggio.
- Mi hanno detto che si può tornare.
- Ti hanno detto il vero. Tornare è possibile. Non impossibile. E non certo.
L’eco dell’ultima vocale non si era ancora spento che la zattera toccò qualcosa. Era l’altra riva. Il traghettatore si voltò verso il suo passeggero. Lo sguardo lo invitava a scendere.
Passò sul terreno. Era a disagio, cercava il modo più semplice per accomiatarsi: – Devo lasciare un obolo? Temo…
Il rematore lo fissò. Occhi mortalmente seri. – Molti sono scesi quaggiù, in tempi lontani, pensando di poter pagare i miei favori con i loro strani simulacri metallici. Quegli oggetti tappezzano il fondo del fiume su cui siamo, se quel fondo esiste, cosa che personalmente ignoro. Io non sapevo che farmene. Ora ascolta. Forse ti ho mentito o forse no. Forse ho sempre saputo chi sei. Forse conosco meglio di te le strane storie che citi, e forse non ho mai incontrato poeti, o anche proprio nessuno prima di te. Forse non ho incontrato nemmeno te.- S’interruppe. Lui si sentiva gelare. Lo psicopompo riprese: – Continua a camminare, allontanati dalla riva. Forse troverai quel che cerchi.
- Non mi augurate buona fortuna?
- Perchè mai?
La zattera si allontano dalla riva. Un minuto dopo non esisteva già più.
Una sconfitta [iv]
Ora non sapeva dove si trovasse. Nè come ci fosse arrivato. L’ultimo ricordo era il salto dalla finestra, e anche se ricordava che qualcosa fosse successo dopo allora, non gli veniva in mente niente di quel “qualcosa”. Nel momento in cui era entrato nella stanza in cui era seduto aveva dimenticato tutto.
Non poteva fare a meno di pensare che questa amnesia dovesse avere un qualche significato.
La stanza era piccola e spoglia, e molto male illuminata. Per quanto surreale apparisse la cosa, aveva l’aria di un classico soggiorno di una comune casa d’abitazione, anche se un po’ povera. Si rendeva ora conto che non rammentava per niente l’aspetto esterno della casa.
Era seduto a un tavolino, accanto ad un uomo dall’aria cordiale che gli stava versando del tè. Non ricordava chi fosse costui. Era tutto stranissimo, e un’ansia feroce prese a divorarlo internamente.
Il suo ospite ora sedeva di fronte a lui e lo guardava pensosamente; sembrava in attesa. Pensò che fosse il caso di fare la prima mossa.
“Io sono…”
Un gesto dell’altro lo zittì. Poi l’ospite parlò a sua volta; l’espressione e il tono di voce rivelavano un profondo dispiacere.
“Lo so chi sei, come so perchè sei qui. So che hai voluto dare ascolto ad una antica leggenda per venire fin qui e riuscire a riappropriarti di quel che ritieni tuo. Ma da questo viaggio tornerai a mani vuote. Poeti e cantori di ogni epoca e luogo hanno raccontato di amori sopravvissuti alla morte e di eroi che hanno affrontato ogni pericolo per poter inseguire un sogno; ma quelle sono leggende e questa è la realtà, e la realtà è che non c’è speranza. La realtà è che lei ti ha dimenticato.”
L’ultima frase suonava come una sentenza. Lo colpì come una sassata.
“Così è” proseguì l’ospite “lei non ti appartiene più. Questa è la morte, ed è un luogo di vuoto e desolazione, e chi lo abita -come lo abita lei- non ha che di queste due cose, e nient’altro. Ti sei spinto fin qui assai coraggiosamente, e ti sei ben comportato, ma più avanti non andrai, perchè non sarebbe bene e non servirebbe a niente. Ora ti devo pregare di lasciare questo luogo.”
Sentiva la gola arida. (Davanti a lui la tazza di tè era ancora intatta, ma se l’era completamente dimenticata). Ugualmente parlò.
“Chi mi ha preceduto ha avuto almeno una piccola possibilità. E a me viene negato tutto.”
L’ospite aveva ancora la sua voce desolata. “Tale è la verità: che nessuno ti ha mai preceduto. Hai inseguito fantasmi che non ti hanno portato a nulla se non a un cammino intricato ed inutile. Ora tutto è finito.”
Lui, sopraffatto dal dolore, chiuse gli occhi, e l’oblio scivolò nella sua mente.
Riaprì gli occhi su pareti bianche (da quanto non vedeva qualcosa di quel colore?). Cicalini di macchinari rumoreggiavano accanto a lui, e si rese conto di essere sdraiato in un letto, immobile e con tubi vari che uscivano ed entravano dal suo corpo.
Un ospedale. Era quindi vivo? Sentiva dolori ovunque, e ritenne che fosse una prova sufficiente.
Non capiva cosa fosse successo finchè gli occhi non gli caddero sulle sue scarpe, assurdamente appoggiate sul comodino accanto al letto. Ricordò allora lo squallido albergo, la finestra, il volo.
Cominciò a piangere.
opossum's landscape
pointless
giovedì 24 maggio 2012
sabato 28 aprile 2012
La via più breve per il nirvana
Vorrei non-porre le mie meno sentite scuse a tutti gli sventurati assetati di pornolalia, in buona misura statunitensi*, che sono stati spinti erroneamente fino a queste lande per via di un certo post di qualche giorno fa intitolato "Sexy naked amateur camgirl sposerebbe compaesano illibato". Le quattro paroline iniziali hanno spinto Google a credere che questo bleurg ospiti materiale seducente, e a far apparire il blog in ricerche correlate a quei termini prelibati.
Sono stato un po' scorretto, alas, anche se non c'era premeditazione. Mi pento della cosa? Neanche un po', anzi, perdonatemi se ne sorrido tra me.
Ovviamente, commenti contenenti insulti alla mia persona sono più che ben accetti.
* essendo questo testo redatto in italiano, come i più accorti avranno notato, è statisticamente assai improbabile che quegli stessi statunitensi recepiscano le scuse. Oh, beh, pazienza.
Sono stato un po' scorretto, alas, anche se non c'era premeditazione. Mi pento della cosa? Neanche un po', anzi, perdonatemi se ne sorrido tra me.
Ovviamente, commenti contenenti insulti alla mia persona sono più che ben accetti.
* essendo questo testo redatto in italiano, come i più accorti avranno notato, è statisticamente assai improbabile che quegli stessi statunitensi recepiscano le scuse. Oh, beh, pazienza.
venerdì 20 aprile 2012
Leggèro lèggere
Terminata domenica scorsa la prima edizione di Per un pugno di libri post-abbandono di Marcorè, vale la pena di ricapitolare brevemente il tutto e dare un giudizio sull'andamento della stagione, soprattutto di come se l'è cavata la Pivetti.
STUDIO
Fortunatamente qualcuno si è accorto che lo studio in cui i nostri erano stati relegati l'anno scorso era nei fatti poco più che un bugigattolo, e li hanno tirati fuori di lì. Lo stanzone di quest'anno era veramente grande - pure troppo forse: la Pivetti e Dorfles sembravano essere separati dai concorrenti da un autentico abisso. Lo studio comunque era veramente bello. Si può dibattere sul fatto di aver cambiato la disposizione degli studenti, non più ai lati opposti a fare ala ai conduttori (situazione che preferivo) ma affiancati e messi di fronte a P/D; ma sono inezie.
CONCORRENTI
Introdotta una antipatica novità quest'anno: gli studenti si sono sfidati a chi ce l'aveva più lungo. Non so bene perchè. Dopo un po' era sfibrante vedere 'sti ragazzi vantarsi di aver vinto ricchi premi e cotillons in concorsi culturali vagamente profumati di Nobel; forse c'era un intento educativo sotto per gli spettatori: non essendo più dell'età adatta, non indago. Anche quest'anno le femmine sono state numericamente ben più che sovrabbondanti.
VERONICA PIVETTI
Improbo compito il suo. Nonostante le prime quattro annate di PuPdL fossero state condotte da Patrizio Roversi, è con Neri Marcorè che il programma è ormai universalmente identificato, e Marcorè è davvero bravo. Tutto sommato la milanese non se l'è cavata male, nonostante un inizio un po' a rilento; il computo finale è però tutto a favore del marchigiano, e dubito che in eventuali annate a seguire il divario possa colmarsi. La Pivetti dopo un po' diventa stucchevole nel ripetersi dei suoi clichè (come la svogliatezza nel dare le regole delle prove, "tanto le regole le conoscete..."). Promossa con riserva.
DORFLES
Dorfles.
NOVITA'
Tolto il sistema delle puntate, reintrodotto quello di dare semplicemente punti per ogni prova vinta. Meno originale, ma personalmente il sistema a puntate non mi aveva troppo convinto. Come giochi, il primo e l'ultimo erano esattamente uguali (P/D leggono un brano togliendo una parola, gli studenti devono trovare la parola rimossa), quindi a che pro? Il resto tutto ok. E, finalmente, svecchiata un po' la lista del FUori gli autori.
CONTORNO
La Rai sembra credere sempre meno in questo programma, quest'anno partito addirittura a dicembre senza pubblicità. Con gli anni sono sparite parecchie cose belle: gli accompagnatori famosi, i critici che commentano il libro del giorno (ora tutto ricade su Dorfles), i coconduttori ridotti prima al solo Ratti e infine a proprio nessuno. Lo sgabuzzino dell'anno scorso pensavo fosse una malcelata condanna: "non ci sono più soldi per gli ospiti, quest'anno nemmeno per lo studio, l'anno prossimo neanche per il programma". A sorpresa, come detto, lo studio si è riallargato. Gli ospiti invece non sono tornati, ma chissà...
CAMPANE
Erano quelle del musichiere! Sapevatelo.
STUDIO
Fortunatamente qualcuno si è accorto che lo studio in cui i nostri erano stati relegati l'anno scorso era nei fatti poco più che un bugigattolo, e li hanno tirati fuori di lì. Lo stanzone di quest'anno era veramente grande - pure troppo forse: la Pivetti e Dorfles sembravano essere separati dai concorrenti da un autentico abisso. Lo studio comunque era veramente bello. Si può dibattere sul fatto di aver cambiato la disposizione degli studenti, non più ai lati opposti a fare ala ai conduttori (situazione che preferivo) ma affiancati e messi di fronte a P/D; ma sono inezie.
CONCORRENTI
Introdotta una antipatica novità quest'anno: gli studenti si sono sfidati a chi ce l'aveva più lungo. Non so bene perchè. Dopo un po' era sfibrante vedere 'sti ragazzi vantarsi di aver vinto ricchi premi e cotillons in concorsi culturali vagamente profumati di Nobel; forse c'era un intento educativo sotto per gli spettatori: non essendo più dell'età adatta, non indago. Anche quest'anno le femmine sono state numericamente ben più che sovrabbondanti.
VERONICA PIVETTI
Improbo compito il suo. Nonostante le prime quattro annate di PuPdL fossero state condotte da Patrizio Roversi, è con Neri Marcorè che il programma è ormai universalmente identificato, e Marcorè è davvero bravo. Tutto sommato la milanese non se l'è cavata male, nonostante un inizio un po' a rilento; il computo finale è però tutto a favore del marchigiano, e dubito che in eventuali annate a seguire il divario possa colmarsi. La Pivetti dopo un po' diventa stucchevole nel ripetersi dei suoi clichè (come la svogliatezza nel dare le regole delle prove, "tanto le regole le conoscete..."). Promossa con riserva.
DORFLES
Dorfles.
NOVITA'
Tolto il sistema delle puntate, reintrodotto quello di dare semplicemente punti per ogni prova vinta. Meno originale, ma personalmente il sistema a puntate non mi aveva troppo convinto. Come giochi, il primo e l'ultimo erano esattamente uguali (P/D leggono un brano togliendo una parola, gli studenti devono trovare la parola rimossa), quindi a che pro? Il resto tutto ok. E, finalmente, svecchiata un po' la lista del FUori gli autori.
CONTORNO
La Rai sembra credere sempre meno in questo programma, quest'anno partito addirittura a dicembre senza pubblicità. Con gli anni sono sparite parecchie cose belle: gli accompagnatori famosi, i critici che commentano il libro del giorno (ora tutto ricade su Dorfles), i coconduttori ridotti prima al solo Ratti e infine a proprio nessuno. Lo sgabuzzino dell'anno scorso pensavo fosse una malcelata condanna: "non ci sono più soldi per gli ospiti, quest'anno nemmeno per lo studio, l'anno prossimo neanche per il programma". A sorpresa, come detto, lo studio si è riallargato. Gli ospiti invece non sono tornati, ma chissà...
CAMPANE
Erano quelle del musichiere! Sapevatelo.
domenica 1 aprile 2012
Illunois
Arrivarono sul posto e non videro traccia di ciò che speravano ardentemente di trovare, fossero ori luccicanti o promesse di un nuovo mondo. Percorsero palmo a palmo la nazione, dalle stradine dimenticate nei paesini più squallidi alle arterie centrali delle grandi capitali, sconfinarono nei paesi vicini e si tuffarono nei laghi. I loro sforzi non furono mai premiati.
Si ritrovarono infine a fissarsi desolati negli occhi, seduti in un vicoletto sudicio, nel cuore di una notte uguale a tutte le altre. Una fitta pioggerellina li irrideva.
Decisero di tornare indietro.
Si ritrovarono infine a fissarsi desolati negli occhi, seduti in un vicoletto sudicio, nel cuore di una notte uguale a tutte le altre. Una fitta pioggerellina li irrideva.
Decisero di tornare indietro.
martedì 27 marzo 2012
domenica 25 marzo 2012
Sexy naked amateur camgirl sposerebbe compaesano illibato
Non è un mistero per nessuno: nel vastissimo cosmo di Internet la tipologia di contenuti più sproporzionatamente rappresentata è quella a sfondo sessuale. Senza limite di categoria, colore, età, numero, dimensioni, perversione, specie animale, grado di censura, attinenza con la realtà, condizioni al contorno*. Sesso e internet sono così inscindibili che su questo binomio (e la sua interruzione) le battute si sprecano: da bravo intellettuale colto e raffinato posso citarvi ad esempio il telefilm Scrubs (l'ineffabile dottor Cox: "Se i governi obbligassero a togliere il porno da internet sono convinto che resterebbe in piedi solo un sito che dice 'RIDATECI I PORNO!'"), il cartoon I Simpson (Lenny&Carl a Homer: "Il tuo è il più visitato sito non porno di tutta la rete" "Il che vuol dire che sei al tremilionesimo posto"), e il musical Avenue Q (il geniale brano Internet is for porn).
Ora.
E' ormai da anni in atto una crescita esponenziale di video di troiette che si piazzano di fronte ad una webcam e si denudano. Questo sottogenere di pornolalia è a sua volta vastissimo e va da ragazzine autoprodotte in cerca dei propri tre minuti di gloria su Dailymotion a business organizzatissimi che mettono a disposizione un intero harem di professioniste dell'autopalpazione. Molti aspetti di questo fenomeno non cessano di affascinarmi; soprattutto, le dirette interessate.
Ci sono ambiti professionali dove la concorrenza è spietata e dove mettere in gioco il proprio talento è un salto nel buio. Penso a un bambino che desideri diventare un giorno capocannoniere in serie A o ala grande in NBA: non devi essere solo scrupoloso nell'allenarti - anzi, a volte quasi nemmeno serve; occorrono inderogabilmente un grande talento e la consapevolezza di averlo. Per un'arrizzacazzi che si lecca in webcam vale lo stesso discorso, sostituendo "talento" con "bellezza" -"figaggine", o "termine_meno_elegante", fate vobis- ed elevando la consapevolezza (e la faccia tosta) al cubo.
E' in effetti questo il nucleo del mio sconclusionato pensiero: la mistica conoscenza del fatto, per queste signorine, che il proprio corpo sia gradevole e degno di essere accarezzato con piacere. Starsene lì davanti al computer, le tette al vento e le mutandine sul pavimento, con una mano che palpa roba di sopra e due dita dell'altra che si infilano in una cavità di sotto, sapendo che c'è chi guarda e ne è deliziato.
Sapere di essere belle.
Chissà cosa si prova**.
* (l'unico limite che si può rimproverare al mare magnum della rappresentazione sessuale sembrerebbe essere la scarsa attenzione per il pubblico femminile. Il porno per donne -inteso come qualcosa di differente dalla lettura di un Harmony- si direbbe non aver mai incontrato la giusta [?] diffusione che gli competerebbe; credo che perlopiù un'aspirante ditalinista possa facilitarsi la vita andando a guardare qualche filmato con ipertrofici omosessuali maschi intenti in proctoscopie (filmati comunque nati anche qui per un pubblico maschio, almeno fisicamente). Ricordo che millenni fa, quando il mio venerabile nonno materno era ancora in vita e buona salute ed acquistava regolarmente Cronaca Vera, lessi sul quadric[r]omico periodico la lettera di una lettrice un po' amareggiata: la delusione derivava dall'abnorme quantità di numeri erotici per bimbi pubblicizzati su C.V. confrontata alla sconfortante assenza di loro controparti per bimbe. La fredda e sgarbata risposta era sintetizzabile in: non c'è mercato, e certe curiosità sarebbe meglio che le soddisfi col suo ragazzo. Chissà qual era il sesso dell'anonim_ rispondit_, chissà perchè quest'individuo si sentiva così scandalizzato da una tale richiesta muliebre mentre pensava che ai maschi la SIP poteva in buona grazia concedere tutto. Che mesta disparità. Giuro che sono serio).
** Nonostante sia maschio e brutto, sapere cosa si prova nel sapere di essere belli mi incuriosisce meno. Magari spiegherò il perchè in un'altra occasione. Ma tranquilli, non ci sono motivazioni interessanti.
Ora.
E' ormai da anni in atto una crescita esponenziale di video di troiette che si piazzano di fronte ad una webcam e si denudano. Questo sottogenere di pornolalia è a sua volta vastissimo e va da ragazzine autoprodotte in cerca dei propri tre minuti di gloria su Dailymotion a business organizzatissimi che mettono a disposizione un intero harem di professioniste dell'autopalpazione. Molti aspetti di questo fenomeno non cessano di affascinarmi; soprattutto, le dirette interessate.
Ci sono ambiti professionali dove la concorrenza è spietata e dove mettere in gioco il proprio talento è un salto nel buio. Penso a un bambino che desideri diventare un giorno capocannoniere in serie A o ala grande in NBA: non devi essere solo scrupoloso nell'allenarti - anzi, a volte quasi nemmeno serve; occorrono inderogabilmente un grande talento e la consapevolezza di averlo. Per un'arrizzacazzi che si lecca in webcam vale lo stesso discorso, sostituendo "talento" con "bellezza" -"figaggine", o "termine_meno_elegante", fate vobis- ed elevando la consapevolezza (e la faccia tosta) al cubo.
E' in effetti questo il nucleo del mio sconclusionato pensiero: la mistica conoscenza del fatto, per queste signorine, che il proprio corpo sia gradevole e degno di essere accarezzato con piacere. Starsene lì davanti al computer, le tette al vento e le mutandine sul pavimento, con una mano che palpa roba di sopra e due dita dell'altra che si infilano in una cavità di sotto, sapendo che c'è chi guarda e ne è deliziato.
Sapere di essere belle.
Chissà cosa si prova**.
* (l'unico limite che si può rimproverare al mare magnum della rappresentazione sessuale sembrerebbe essere la scarsa attenzione per il pubblico femminile. Il porno per donne -inteso come qualcosa di differente dalla lettura di un Harmony- si direbbe non aver mai incontrato la giusta [?] diffusione che gli competerebbe; credo che perlopiù un'aspirante ditalinista possa facilitarsi la vita andando a guardare qualche filmato con ipertrofici omosessuali maschi intenti in proctoscopie (filmati comunque nati anche qui per un pubblico maschio, almeno fisicamente). Ricordo che millenni fa, quando il mio venerabile nonno materno era ancora in vita e buona salute ed acquistava regolarmente Cronaca Vera, lessi sul quadric[r]omico periodico la lettera di una lettrice un po' amareggiata: la delusione derivava dall'abnorme quantità di numeri erotici per bimbi pubblicizzati su C.V. confrontata alla sconfortante assenza di loro controparti per bimbe. La fredda e sgarbata risposta era sintetizzabile in: non c'è mercato, e certe curiosità sarebbe meglio che le soddisfi col suo ragazzo. Chissà qual era il sesso dell'anonim_ rispondit_, chissà perchè quest'individuo si sentiva così scandalizzato da una tale richiesta muliebre mentre pensava che ai maschi la SIP poteva in buona grazia concedere tutto. Che mesta disparità. Giuro che sono serio).
** Nonostante sia maschio e brutto, sapere cosa si prova nel sapere di essere belli mi incuriosisce meno. Magari spiegherò il perchè in un'altra occasione. Ma tranquilli, non ci sono motivazioni interessanti.
venerdì 2 marzo 2012
lunedì 13 febbraio 2012
Sassi
"Il pendolo insensibilmente va traviando dalla prima sua gita".
La frase di Galilei si formò senza motivo nella sua mente, mentre pensava ad altro. Appoggiato di sbieco a un palo, sul terrazzo, lo sguardo intento ad osservare il cielo nella notte illune. Fumava lentamente e guardava una stella di cui non sapeva assolutamente il nome (forse Canopo? Non ricordava). Sotto i suoi piedi pulsavano vari piani d’ospedale. La sigaretta moriva tra le sue dita. Sua moglie moriva di parto là sotto da qualche parte.
Provava a pensare ma non era facile. Era stato un matematico, ed anche bravo, a dispetto di un destino che l’aveva voluto semplice insegnante in quel remoto angolo di mondo. La matematica l’aveva aiutato in parecchie cose, ma non l’aveva preparato all’amore o alla morte o al coraggio. Aveva seguito una donna fin lì, e per lei ci era rimasto, ed aveva rinunciato. Ed era stato imprevedibilmente felice.
La fine ora forse si avvicinava, e di nuovo non era preparato: doveva tornare da lei, ma scoprì di non esserne capace. Gli ultimi fiocchi di cenere gli caddero sulle scarpe. Lui rimase appoggiato nel gelo della notte.
La frase di Galilei si formò senza motivo nella sua mente, mentre pensava ad altro. Appoggiato di sbieco a un palo, sul terrazzo, lo sguardo intento ad osservare il cielo nella notte illune. Fumava lentamente e guardava una stella di cui non sapeva assolutamente il nome (forse Canopo? Non ricordava). Sotto i suoi piedi pulsavano vari piani d’ospedale. La sigaretta moriva tra le sue dita. Sua moglie moriva di parto là sotto da qualche parte.
Provava a pensare ma non era facile. Era stato un matematico, ed anche bravo, a dispetto di un destino che l’aveva voluto semplice insegnante in quel remoto angolo di mondo. La matematica l’aveva aiutato in parecchie cose, ma non l’aveva preparato all’amore o alla morte o al coraggio. Aveva seguito una donna fin lì, e per lei ci era rimasto, ed aveva rinunciato. Ed era stato imprevedibilmente felice.
La fine ora forse si avvicinava, e di nuovo non era preparato: doveva tornare da lei, ma scoprì di non esserne capace. Gli ultimi fiocchi di cenere gli caddero sulle scarpe. Lui rimase appoggiato nel gelo della notte.
venerdì 3 febbraio 2012
Comunicazione di disservizio
Nasce il blog Le Distorte Conseguenze della Saggezza, progetto nato completamente allo sbaraglio dove un artista, un artista e il sottoscritto scriveranno... non si sa bene cosa, ma senz'altro vale la pena di vedere dove si va a parare. Buon divertimento.
giovedì 5 gennaio 2012
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