domenica 8 luglio 2018

Discorso dell'uomo pallido che ululava sulla montagna

Quando sono in bicicletta a volte decido che voglio essere avventato e cominciare una salita difficile. E le salite difficili sono tante ed aumentano, perché sono uno scapestrato dalla fisicità ridicola, non mi alleno, non ho una bici eccezionale e vedo ormai il termine del mio quarto decennio di vita avvicinarsi. Le salite sono stronze, quando sei in bici sono autentiche puttane. Ma quando il masochismo chiama tocca rispondere, e cambiare altitudine è un buon modo per farlo.

Quando sono su una salita difficile di solito cerco di non pensare alla strada. Guardo la ruota anteriore e i pochi metri davanti a questo orizzonte, poi mi distraggo e mi metto a pensare alle cose più assurde che mi vengono in mente. Penso alle regole del cricket e agli undici modi possibili per eliminare il battitore. Penso alla gestione dello spazio colore dello ZX Spectrum e ai relativi conflitti sugli attributi. Penso a mio nonno materno che per addormentarsi invece delle pecore contava le province italiane, e di solito dopo questo penso ai 27 stati brasiliani ordinati per macroregione e alle loro capitali (e non mi viene mai in mente quella del Sergipe, che se ne vada a cagare). Penso ai modi di discernere i monosillabi che vogliono l'accento da quelli che non lo vogliono. Penso alla cinematografia estone e a selezionate pagine di Pynchon, Soriano e altra gentaglia. Penso che mi rendo conto all'improvviso che è da due giorni che ho in testa in loop "Vorrei ma non posto" di J-Ax e Fedez e non capisco come sia possibile. Penso che se mi venisse un infarto e morissi proprio qui, proprio ora, mio nipote non avrebbe alcun ricordo di me e insomma, va beh, uno zio non è un genitore ma se hai uno zio opossum pensa che sfiga non avere l'opportunità di conoscerlo. Penso a come scriverei un racconto in cui descrivo le cose a cui penso mentre affronto le salite difficili. Penso agli abitanti di quei paesi improbabili che mi può capitare di attraversare e mi chiedo come sia possibile tollerare un'esistenza lì, ma poi mi dico che se comunque sono riusciti lo stesso, pur stando in quei buchi di culo, a trovare la felicità, o almeno l'amore, o almeno il senso della vita, o almeno le pile per il telecomando, allora la vita gli è andata comunque meglio che a me.
Se ancora la salita non è finita è grave, perché comincio a pensare che sia meglio tornare indietro. Che è una cosa spiacevole su più livelli, mentali e fisici, spesso miscelati assieme in un amalgama dal vago sapore di merda. "Hai fatto tutta 'sta strada per cosa, se poi torni indietro prima di arrivare? Ok, che non servi a un cazzo nella vita si sapeva, ma per Dio non sei manco buono di far girare due pedali? Stai ancora come quando a 10 anni cadevi dalla bici a rotelle (sì, purtroppo succedeva davvero, ve lo giuro, ma questa è un'altra storia)? Questa strada non la conosci, magari dopo quel tornante c'è una discesa, arriva almeno lì deficiente." La mortificazione dell'anima e del quadricipite, tanto più crudele quanto più è inevitabile, serve solo fino a un certo punto di rottura, che in genere è -almeno per me- imprevedibile: c'è un contatto che salta all'improvviso da qualche parte della testa e che dice che no, basta, si torna a casa; e quasi da sola la ruota anteriore fa un'inversÈ UN TRATTO IN PIANO QUELLO LÌ A DIECI METRI DA ME? È UN TRATTO IN PIANO? SÌ! CAZZO, DAI CHE È FINITA e insomma a volte succede anche questo. Posso rimettere i rapporti duri.
Che mica me li ricordavo così duri però. Vaffanculo. Ma va beh dai, tanto mo' c'è pure discesa, che goduria 'sta brezza.


(La discesa, in bicicletta, è un concetto metafisico che non sempre ha un corrispondente reale. La discesa è solo una salita al contrario. E quando ti giri per tornare sta lì a guardarti sorniona e sembra dirti "E ADESSO COSA CAZZO FAI, COGLIONE?". Che è una domanda stupenda, seriamente. Perché ci pensi bene e capisci che la bicicletta, in fondo in fondo, è un bell'hobby di merda).


(E non voglio più vedere una salita fino al 2019).

martedì 19 dicembre 2017

L'illuminazione

Pensando (!) a cose astratte, stasera ho capito che gli edifici abbandonati mi attraggono perché mi ricordano la mia vita: grigi, inerti, desolati, in attesa di una rinascita che non verrà mai.

mercoledì 11 gennaio 2017

Ciao miciona!


Chissà com'è fatto il paradiso dei cani. Sarà senza gatte malmostose e nanerottole more che ti azzannano al collo. E ci saranno invece boschi pieni di pozze di melma, e sacchi pieni di cibo per gatti, e le mie vecchie ciabatte tutte da sgranocchiare. Suppongo.


domenica 25 dicembre 2016

Opo è nato signore e anosmico

Opo è nato signore e ansomico[sic]

Signore in ignore,
astronomico ansomico[sic],
utente ultrafico
simpatico amico
nerdeggia pesante
talvolta pedante
saggezze distorte
sue sfondan le porte


(obrigado, Skywolf)

Il Natale, quando sticazzi sticazzi


giovedì 25 agosto 2016

La felicità è un costrutto ligure

Ed era di Genova, Italia, e abitava a Genoa, Nevada. Questo, dal suo punto di vista, riassumeva buona parte della sua esistenza. A Genova ci era nato -col nome di Edoardo- e a Genoa ci era finito un quarto di secolo abbondante dopo quel prodigioso evento. Nel trasloco aveva rinunciato, sebbene non legalmente, a cinque settimi del nome proprio. Gli americani lo chiamavano, appunto, Ed. Era un nome decisamente comodo. A Genoa non c'era un cazzo. Mille anime scarse sul bordo sbrindellato del Nevada occidentale, dove il confine con la California faceva un angolo di 120 gradi (quelle frontiere surreali che solo i deserti sapevano generare). Tre ore di auto da Sacramento, dieci da quella Los Angeles da cui era fuggito dopo aver inseguito il vano sogno di diventare sceneggiatore, ottenendone solo pesci in faccia. A spingerlo sul bordo del lago Tahoe era stato il nome di quella città, che rievocava generiche nostalgie del mar Ligure, del quartiere Sturla, delle partite del Camogli. Di una vita precedente. Ma a Genoa non c'era un cazzo. Una Los Angeles in negativo. Non che gli piacesse poi molto, ma non aveva un altro posto dove andare.

Anche se ogni tanto tornava dagli Angeli e dai pochi amici che ci aveva lasciato. Una sera gli presentarono un'altra genovese: in quasi dieci anni di vita negli USA non aveva ancora mai incontrato una concittadina e si chiedeva spesso come fosse possibile. "Ed vive nella Flyover Country" le dissero presentandoli. Il concetto le era sconosciuto. Glielo spiegò quella sera, mentre cenavano. "Negli Stati Uniti vivono trecentoventi milioni di persone. Però la maggior parte degli statunitensi (Ed non diceva mai 'americani', notò lei. Lo considerava una barbarie lessicale, le disse) vive nell'area urbana di Los Angeles, nel sudovest, o di New York, nel nordest. Circa una persona su dieci abita lì, e in moltissimi vivono passando da LA a NY, o viceversa. La nazione in mezzo per loro non esiste, la vedono solo dai finestrini dell'aereo quando ci volano sopra per fare coast to coast. Dall'alto non appare altro che terra insignificante e disabitata, e io sono uno dei fantasmi che ci vive. Non è la fine del mondo, per carità. Ci sono grandi città anche all'interno, come Chicago o Dallas. Ma perlopiù è puro nulla e decidere di viverci è spesso un'idea coraggiosa.” “Tu per esempio: sei finito nel Nevada. Perché quest'idea assurda?" "Non avevo un altro posto dove andare." E riuscì a farla sorridere.


su ldcds

lunedì 22 agosto 2016

Psicostoriolinguistica estiva

Psicostoriolinguistica estiva. Per gli italiani, dai climi caldi e sangue latino, il camerino è "la stanza in cui ci si spoglia"; per gli inglesi, dai climi freddi e sangue anglosassone, diventa "la stanza in cui ci si veste". Lo stesso oggetto, ma descritto da due opposti mal conciliabili. L'incomunicabilità degli essere umani ha radici profonde anche nella sabbia. (PS: del tedesco ormai ho dimenticato tutto tranne "immer geradeaus dritte links" quindi non mi azzardo a tentare una traduzione, ma così ad orecchio sono ragionevolmente certo che ci sia qualche richiamo all'annessione della Polonia).



domenica 17 luglio 2016

Il tunnel dello scrobbling

Ho una tremenda nostalgia dei tempi in cui last.fm funzionava.

Ero un retrogrado

Opo: Dai passami 'sta foto
Nicola: E come faccio? Ce l'hai Whatsapp?
Opo: No
Nicola: E allora? Te la mando per email? No, mi rifiuto. Comprati un nuovo cellulare, non te la mando per email. Solo i dinosauri usano ancora le email.

martedì 26 aprile 2016

Come e perché Il paesaggio marsupiale continua a vegetare.

Prima ci fu l'Opossum's World su MSN Spaces, abbandonato quando MS peggiorò il motore del sito. Poi Tracecontour su Splinder, chiuso col fallimento dell'host. Infine Il paesaggio marsupiale: il qui ed ora.
I blog sono fondamentalmente poco utili. Ancora sulla prima incarnazione di questo spazio avevo scritto qualcosa al riguardo, giungendo a stabilire che quelli che veramente hanno qualcosa da dire sono decisamente in minoranza. I blog "personali", come questo, sono fuffa prodotta ad uso e consumo degli stessi autori e dei pochi amici disposti a seguirli ed aspettare che per caso o per sbaglio salti fuori qualche contenuto interessante.
I miei blog personali sono sempre nati col piede sbagliato, e c'era dell'intenzione in questo. Se non tratti argomenti specifici saranno ben pochi a trovarti nel mare magnum della rete, a meno di non farti pubblicità. E di pubblicità non me ne sono mai sostanzialmente fatta, anzi, ho sempre scoraggiato la gente a venire qui. Non perché non mi interessasse avere lettori, ma perché volevo che ci venissero solo quelli realmente interessati ai miei contenuti... che però hanno sempre latitato. Alla fine sono rimasto solo io, unico abitante del mio regno come il re puntiforme di Flatlandia.

In un internet sempre più 2.0 il destino dei blog è incerto, tantopiù per quelli personali. Benché relativamente poco attivo su Facebook, anch'io ho progressivamente abbandonato Opossum's Landscape; e diverso materiale che in altri tempi sarebbe stato destinato qui ha trovato vita più comoda sui social. Così qui si respira un'aria più polverosa, e le crepe nei muri si allargano, e non trovo la voglia di ripararle. Almeno per un po' comunque non chiuderò il paesaggio marsupiale, a cui sono affezionato; ma i tempi sono grami, e qui eccezione non si fa.